Storie dall'arte

Alexander Calder e la bellezza dell’instabilità.

Nato nel 1898 a Filadelfia, figlio e nipote di scultori, Alexander Calder è uno dei più celebri scultori americani. Con l’utilizzo di materiali non convenzionali, con le sue forme e figure stravaganti rivoluziona e reinterpreta il concetto di spazio e di arte stessa.

Comincia a studiare arte in una scuola serale di New York, si immatricola poi allo Stevens Institute of Technology di Hoboken nel New Jersey, laureandosi, nel 1919, in ingegneria. Nel 1923 torna a New York per frequentare la Art Students League dove conosce artisti come George Luks o Guy Pène du Bois.

Nel 1925, su commissione della “National Police Gazette”, trascorre due settimane in un circo e dopo essere rimasto affascinato da quell’ambiente comincia a produrre schizzi.

Sempre in questo stesso anno realizza la sua prima scultura in ferro. Seguiranno figure umane, animali e acrobati delcirco che attireranno l’attenzione di Joan Mirò, con il quale stringerà una profonda amicizia.

Calder comincia a viaggiare tra gli Stati Uniti e Parigi, centro artistico per eccellenza e dove stringe contatti con Léger, Le Corbusier, Mirò, Arp, van Doesburg e Mondrian. È proprio in questo periodo, che esegue le prime sculture astratte a cui introdurrà presto elementi mobili: i famosi mobiles che si opporranno alle sculture fisse conosciute come stabiles.

Alexander Calder, l’Uomo, 1967, Parco Jean Drapeau, Quebec, Canada

La carriera artistica di Alexander Calder prende così il via tanto che nel 1934 il Moma acquista una sua opera mentre la galleria di Pierre Matisse diventa location per le sue esposizioni.

Attraverso il cinetismo e “l’instabilità” Calder vuole liberare la scultura da qualsiasi incarico rappresentativo scardinando così quel rapporto statico tra spazio e plasticità l’arte non è né rigida né statica ma in completo movimento

Per le sue opere prende in prestito materiale industriale, ferro, acciaio e lamelle metalliche che si intersecano tra loro e si appoggiano su congegni delicatissimi mentre si relazionano con la gravità e l’apatia dello spazio.

I Mobiles, nome suggerito dal suo amico Duchamp,si muovono sull’idea della forma, sulla concezione dell’oggetto inutile che non ha alcun significato se non quello di suscitare stupore e incanto nello spettatore il quale, alzando lo sguardo verso l’opera riesce a fermare il tempo e ad uscire, anche solo per un attimo, dal ritmo frenetico della sua quotidianità.

Installazioni leggere ma vitali, realizzate dall’artista nei primi anni Trenta del secolo scorso, i Mobiles diventano il simbolo stesso dell’arte di Calder: imprevedibili e sprovvisti di significato catturano il movimento, plasmandolo. Oscillano nel vuoto e mentre si sfiorano emettono lievi tintinnii musicali che fanno vibrare l’animo di chi li osserva.

Alexander Calder, Senza titolo, 1937, Calder Foundation, New york

Alexander Calder, un artista fuori dal comune, la cui produzione creativa e originale si rende testimone della sua stessa vita.

Vincitore di numerosi premi tra cui quello discultura alla Biennale di Venezia nel 1952, il genio americano vede realizzata la sua prima grandiosa retrospettiva nel 1964-1965 dal Solomon R. Guggenheim Museum of Art di New York.

Muore nel 1976 e con lui quella creatività giocosa, infantile ed ironica che ha trasformato le sue opere in unicum straordinari ed irripetibili.

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